Paesaggi su tela

    "La pittura è una lunga fatica di imitazione di ciò che si ama"

    Impressionismo

    "Se i quadri si potessero spiegare e tradurli in parole, non ci sarebbe bisogno di dipingerli"

    I miei lavori

    Pensare la natura attraverso la percezione cromatica, cui si giunge ancor prima che non alla percezione della forma, senza l’intervento ricostruttivo della coscienza razionale dell’intelletto, è forse l’apice più altamente sintetico che la pittura può  raggiungere: è l’essenza stessa della spontaneità. Conosco da alcuni anni la produzione pittorica di Paolo Tarabella e il dato che mi ha sempre stupito del suo fare pittura, mi sembra vada colto nell’essenzialità semplice del linguaggio, che s’intesse impercettibilmente con il definirsi della forma in cui due elementi (emozione cromatica e struttura formale) sono in pieno equilibrio, naturalmente in una dimensione personale e di piena soggettività.

    La visione di tratto realistico del paesaggio (in Tarabella vero protagonista) costituisce il dato oggettivo dell’incantamento poetico, ma è anche il punto di partenza per evocazioni che di volta in volta lasciano spazio alla lirica esplorazione di uno specifico territorio, di un ambiente o un modo di sentire e di rapportarsi  all’atmosfera più intima del dato visibile.

    Sia che l’autore si abbandoni alla poetica densa d’umori, di profumi e di luminosità della sua amatissima Versilia, o i soggetti s’attenuino nella temperie, pur luminosa, ma colma di rezzo e d’oscure ombre colorate del paesaggio alpino delle Valli dell’Ossola; sia che venga sfiorata la cangiante liquidità lacuale del Maggiore, giù, verso Sesto Calende, ove il bel “cielo di Lombardia” che è “così bello quand’è bello” sembra fissato in una cifra traslucida, assolata e senza tempo; il guizzo stilistico è supportato da una gioia sapiente, eppur nativa, nel far vibrare la luce, nel coglierne i movimenti, ora morbidi e pigri, ora guizzanti e secchi. La cifra della piena  ispirazione poetica di Tarabella è la semplicità cordiale, quasi ingenua, non mai volutamente ingenua, tuttavia, non mai semplice per posa o calcolo. 

    E la morbida espressione d’un sentimento panico della Natura, assoluto come assoluto fu nella tradizione toscana delle grandi firme dello scorso secolo XIX e dei primi vent’anni del Novecento, la possiamo trovare nelle coste assolate di Camaiore, nel dipanarsi dei piani in vista delle guglie aguzze, aspre e scabre delle Apuane, nell’alternarsi d’acque e di infiniti fili d’erbe o nelle trame compatte degli alberi sul vuoto ilare, del cielo, sempre immersi nella luce, di qualità sottile e delicata, che canta leggera in una apparente forma atonale che molto deve alle scale pentatoniche di un mago solenne del Lago di Massacciuccoli, laddove son proprio in vista le labbra orlate delle spiagge tirreniche. 
    In Tarabella (quand’è in Versilia) scoprì lo stesso spirito vagamente simbolista che ha pervaso la musica di Puccini e le tele dei grandi che hanno fatto di quel paese d’incanto, tra Pietrasanta e Camaiore, Querceta e le Apuane, la patria stessa del loro pensiero e del loro vagare intellettuale.
    La patria dell’anima diventa patria del cuore quando i soggetti sono ricercati tra i monti delle valli ossolane, nel Cusio (Miasino) o, come si diceva, tra cielo, terra e acqua, nell’allargarsi sovrano del Lago Maggiore.

    Memorie, dolci incanti di morbidi e sinuosi valori cromatici, che nell’ombra più oscura, si confondono in forme e in segni più tangibili e profondi, come solchi, come modellato di tensioni plastiche, scultoree.

    Sempre e comunque un sottile afflato poetico, panico e ingenuamente nativo, trascorre le rocce severe di un paesaggio tratteggiato a volte dalla violenza statica della forma scolpita dalla Natura, dagli agenti atmosferici, o resa severa dall’incanto delle nevi. Tarabella percepisce e trasferisce in sintesi immediate, palmari, cariche d’un denso e assoluto senso del tutto, colto attraverso la sensazione, immagini colme di sovrumani silenzi e interminati spazi. 
    La tecnica è quella del trasferimento immediato della sensazione in macchie cromatiche, in brani e pezze di luce, in una scrittura automatica della percezione visiva che si presenta come impasto vibrante, trasparente, caleidoscopico e struggente, d’una poesia del silenzio a labbra chiuse, muta, eppur colma d’un suono appena sussurrato.
     
    Dario Gnemmi, Domodossola, 6 settembre 2001
    (Storico dell’Arte, è stato collaboratore di Federico Zeri)

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