“Dal visivo all’inconscio” Emozioni Diverse

Da molti anni Paolo Tarabella affida le sue emozioni, il suo bisogno di comunicare, i suoi pensieri alla pittura. La pittura ha una forte valenza liberatoria, forse anche rasserenante, ma costituisce innanzitutto il linguaggio che Tarabella utilizza per aprirsi al mondo, per dialogare col mondo. Sebbene lo conosca da poco e l’abbia incontrato solo un paio di volte, ho ben presenti la sua storia personale, il suo percorso professionale e umano, l’appartenenza ad una famiglia numerosa, tipica famiglia operaia di quella Versilia che s’incunea tra i monti proprio nel punto in cui sorge Corvaia, il suo paese natale e si fa aspra, dura, tagliente: terra di grande povertà, di lavoro sofferto e penato sulle cave, nelle segherie, lungo i sentieri dell’alpe avara e solitaria.

Chi ha conosciuto una siffatta realtà fin da bambino, ed ha assimilato con il latte materno quel diffuso sentimento nutrito di rabbia e di delusione, di volontà di riscatto, di aspirazioni e attese per più giuste, più dignitose condizioni di vita, unito al forte attaccamento alla terra, al paese, alla gente, ad una tradizione antica e severa, quella del cavatore, dello scultore, dell’artigiano che nella sua bottega trae dal marmo il volto dell’angelo buttafuori destinato a vegliare su lontane, sconosciute sepolture, e soffia sul volto di quell’angelo per togliere la polvere pare che voglia infondergli la vita: chi ha vissuto quelle temperie, chi ha respirato quell’aria, chi ha patito quelle esperienze che poi l’hanno indotto a partire, a cercare altrove il lavoro, la sicurezza, la speranza, chi come Paolo Tarabella, come tanti altri, Ha lasciato la Versilia per stabilirsi all’estero o in altre regioni italiane, mantiene un rapporto intenso, quasi doloroso, con la terra d’origine, una corrispondenza “d’amorosi sensi” che riverbera  nelle parole, nei ricordi, nelle opere.

La Versilia è dentro l’anima di Paolo Tarabella, la invade e la penetra e la possiede: induce quest’uomo dal volto severo, poco incline al sorriso come quello dei lizzatori e dei tecchiaioli, uomini duri, di pietra, abituati alla vertigine dell’abisso, a tornare appena può a casa. La casa dei suoi a Corvaia: ma è casa anche Ripa con i suoi ulivi e le sue vigne, le case sparse sulla collina “…come branchi di pecore pascenti”: è casa sua la cava e il monte, il lago di Puccini e le campagne di Camaiore.
Sono patria adottiva, fortemente amata anch’essa, le terre dove vive abitualmente con la moglie, le Valli dell’Ossola con i loro paesaggi alpini, il Lago Maggiore giù verso Calende sotto “il bel cielo di Lombardia che è così bello quando è bello”, come annotava – citando – Giuseppe Possa in un suo intervento critico dedicato alla pittura di Tarabella: “La visione di tratto realistico del paesaggio (…) – egli ha scritto – costituisce il dato oggettivo dell’incantamento poetico, ma è anche il punto di partenza per evocazioni che di volta in volta lasciano spazio alla lirica esplorazione di uno specifico territorio, di un ambiente o un modo di sentire e di rapportarsi all’atmosfera più intima del dato sensibile”.
La sua pittura, rilevava Raffaello Bertoli introducendo la mostra alla Torre Matilde di Viareggio, privilegia i colori e gli ambienti della Versilia muovendosi tra primitivismo e arte naive.
A me ricorda in buona misura, nei dipinti “Uliveto nel Mote do Ripa” e “Vecchi ulivi a Camaiore” (solo per citarne alcuni), certe opere dei pittori liguri e che in Liguria hanno vissuto e lavorato, come Lino Perisinotti, Libero Versetti, Oscar Saccorotti, che del paesaggio di quella terra selvaggia, arsa dal sole, hanno evidenziato la luce, il colore, l’armonia tra natura e segni dell’uomo, nel rapporto costante e ineludibile tra il mare e il cielo. Dario Gnemmi parla di sentimento “panico” della Natura nei paesaggi versiliesi di Tarabella, “…sempre immersi nella luce di qualità sottile e delicata”, animati da uno spirito “…vagamente simbolista”.
Guardando  la galleria delle opere di Paolo Tarabella, pubblicate nel suo sito internet, il paesaggio riveste indubbiamente un ruolo di primaria importanza. Dipinti come “All’imbrunire, Monte di Ripa”, “Alla foce del Cinquale”, “Casa abbandonata a Valdicastello “, “Le cave da Querceta”, “Casa abbandonata in Liguria”, sono pervasi da una struggente malinconia ma anche da un senso di condivisione e di assoluta appartenenza, fisica ed emotiva, a quel luogo, a quell’ora, all’emozione che ha sollecitato l’autore sad esprimersi con un linguaggio poetico apparentemente sereno ed elegiaco, ma che a me pare piuttosto attraversato da un’inquietudine amara, sotterranea, capace di stemperarsi fino a trovare un punto di momentanea quiete proprio nel compimento dell’opera. In altri dipinti non è difficile cogliere un tratto impressionista, che si sostanzia in opere di buon livello come “Tramonto sul Lago di Garda” o come lo splendido “Ricordo a Villa Ducrey” dove le forme di un interno sembrano lievitare nella luce rarefatta di un crepuscolo.
Penso, sostanzialmente, che la pittura di paesaggio dove Tarabella esercita una ricerca incessante e suscettibile di profonde modificazioni in un processo di lenta maturazione, rappresenti per questo artista, uomo tormentato, capace di forti e nobili passioni, lacerato dai lasciti di una vita non facile e tuttavia intensa e operosa, uomo che si nutre di dubbi, che si interroga, impietoso verso sé stesso molto più che verso il suo prossimo: che questa pittura rappresenti un riparo, un rifugio, una tenda a sole, un farmaco che lenisce molti dolori, che acquieta, rasserena, riconcilia col mondo.
Perché Paolo sembra possedere due nature, tra loro in apparente disarmonia, e che invece – a ben guardare – appaiono complementari e insostituibili nel suo faticoso percorso umano e artistico. E se da un lato esprimono forte apprezzamento per i suoi paesaggi, è la seconda “natura” di Paolo Tarabella quellq che maggiormente mi colpisce, mi commuove, mi emoziona, mi sorprende, mi inquieta. Sono i suoi dipinti non figurativi, dove la figura è risolta in una astrazione simbolica, onirica, e il paesaggio trascende il reale, si trasfigura, si anima di visioni surreali, un fantastico mondo che si rivela nella sua complessità tra intuizione e sogno, tra ascesi e tormento, tra lirismo e preghiera, dove si avverte tutta la fatica di vivere e insieme la grande voglia di ricomporre – attraverso l’astrazione,  la frantumazione, la negazione, il pessimismo cosmico – la realtà e il senso più vero e più profondo della vita.

E’ in opere come “Musicista”, olio e collage su cartone, del 2010; “Paesaggio e figura”, acrilico e smalto incollato su faesite; “Figure”, legno scolpito e patinato con acrilico, del 2011; come “Bimbo con l’aquilone” , tecnica mista su cartone, del 2011, un quadro di profonda suggestione; come “Figure in nero”, “Figure che precipitano” e “Figure nere in un paesaggio”, che Paolo Tarabella rivela l’intensità e complessità del suo pensiero e tutta la sua forza espressiva. Vi sono nella sua produzione dipinti “Senza titolo” che evocano paesaggi onirici e allegorie del mondo e degli uomini nel loro eterno affannarsi. Ve n’è uno dove una grande mano rapace incombe su una moltitudine dispersa e frenetica, un altro in cui figure silenti sembrano attendere il loro destino mentre sopra di loro si erge minaccioso un gigante, un golem divoratore delle loro vite e del loro tempo.
A volte come a ritrovare quell’innocenza che se ne sta sopita in qualche segreto recesso della memoria e che attende solo di essere risvegliata, dipinge quadri come “Fiori”, del 2011, acrilico e carta incollata, etereo, fragrante come un mattino di primavera; come “Autunno”, dai toni caldi delle foglie cadute, pervaso da un brivido di rimpianto per lontane stagioni: il profumo delle caldarroste, l’odore della farina dolce nella madia antica.
In opere come “Cristo che porta la croce”, “Cristo in croce e figure in grigio”, “Cristo in croce”, e in altre ancora che appartengono ad un repertorio tematico e semantico di forte intensità emozionale, Paolo Tarabella esprime tutta la sua forte personalità di uomo e di artista, la sua inesauribile creatività, la resa espressiva e la capacità di scavo psicologico, di trasfigurazione della realtà per renderla accessibile al suo mondo interiore e poterlo così rivelare nell’epifania di un poeta, di un pittore che cerca linguaggi nuovi per raccontare la sua difficile, la sua amara, la sua bellissima storia.

Maggio 2014
Costantino Paolicchi
Critico d’arte e scrittore